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Posted gennaio 25, 2018 by admin in Racconti
 
 

Damon Lonely: Oscurità Perduta


Damon Lonely: Oscurità Perduta (HorrorClub)

di Alessandro Cavaliere

 

Oscurità Perduta (HorrorClub)

 


Giro nella notte, come fossi morto, forse sono morto, e questo fantasma di ossa e carne che sente vibrare il suo sangue per puro riflesso è un cadavere che cammina.

Giro nella notte è respiro a fatica, questo mi ricorda che, forse, non sono morto ma solo un essere umano. Patetico. Dissoluto. Ma semplicemente un essere umano.

Un uomo con un raffreddore tremendo e una bocca che mi duole terribilmente aggiungerei. Giro nella notte per cercare il mio contratto.

Un nuovo lavoro. Perché un essere umano per vivere deve pur lavorare. Ho un nuovo contraente ora, un capo che non posso deludere. La morte. Qualcuno riderà.

Un assassino che ha come contraente la morte non è una novità direte voi.

Un po’ come quel personaggio che, scrivendo i nomi su un quaderno, ammazzava la gente conoscendone solo il volto e quel piccolo e insignificante dettaglio che ci accompagna dalla nascita: un nome.

Alla fine, anche lui,  era un assassino legato alla morte come se lei fosse stata il suo contraente. Ma tutti gli assassini sono legati alla morte, per definizione chi uccide è legato a essa. Eppure, il mio vincolo con lei è diverso.

Fino a qualche mese fa, il mio legame con la morte, era quello che instaura qualsiasi assassino, per quanto bravo. Un legame che prevedeva un percorso di morte, costellato da tante uccisioni e poi…

Poi l’epilogo. La propria morte come per tutti gli esseri mortali.

Magari dietro un vicolo con una pallottola nella fronte. Oppure da vecchio in un letto d’ospedale, perché non è detto che un assassino debba per forza fare una brutta fine.

La morte disegnata male non è un vestito che premia solo gli assassini, è un po’ come l’amore, becca chi si trova davanti in quel momento.

Fato, disgrazia, sfortuna  chiamatela come volete. Anche una persona onesta può morire male fa parte del gioco della vita.

Tossisco ed estraggo un foglio di carta dalla tasta. Sorrido. Ho tentato di buttar giù qualche riga poetica da dedicare al mio capo. Ero ubriaco non fateci caso.

Morte il titolo della della poesia che ritrovo sgualcita su quel foglio di carta. Inserita nei racconti dell’assassino che vive e consuma i suoi giorni nella città della pioggia.

Morte infame e crudele

che nel sangue ispiri le tue pene,

che della vita sei la fine,

che non ti interroghi  

o poni domande

nei tuoi mille intrighi

sei simile a una pessima amante.

Morte cui il solo interesse

è incassare il saldo

di un percorso

che passo dopo passo

ci ha condotti a te,

sei lì che aspetti

e nulla chiedi,

nel tuo terribile silenzio,

se non la resa dei conti.

 Rido è proprio una poesia di merda. La ricaccio nella tasca e proseguo il mio cammino. 

Giro in questa notte di pioggia. Mi sembra quasi di  essere maledetto. La mia persecutrice mi ha dato un nome da trovare. Il mio contratto.

La persona che…

No, non devo uccidere. La persona che devo salvare. Ma, forse, è meglio che prosegua con questo racconto prima di anticipare qualsiasi evento. Tossisco.  Poi penso che forse è cosa giusta che vediate con i vostri occhi la realtà di questa storia.

La mia realtà, mi chiamo Damon Lonely è sono un assassino, uno che ammazza la gente per conto della morte.

Qualcuno penserà a qualcosa di banale, di già letto, visto, sentito, percepito e forse è vero. Ma il mio tipo di accordo è diverso.

Non uccido perché i rendiconti della mietitrice siano esatti. Lei non ha bisogno di volgari assassini per questo. Ci sono cose, persone e avvenimenti che si occupano  di queste faccende gratis.

Come quei colletti bianchi che uccidono la gente senza neanche sporcarsi le mani, un po’ come quei pirla che lavorano gratis per i grandi social-network creando contenuti, ma mi fermo qui perché queste speculazioni hanno il gusto del trito sapore della quotidianità.

Voi che leggete queste parole fate parte di una società che conoscete bene, che vi dica cose che già sapete mi renderebbe un tizio non dissimile a quei predicatori assurdi di pace in un mondo di guerra.

Quindi continuo, passo dopo passo, a girare nella notte finché non la vedo. Il corpo contro un lampione una sigaretta in bocca. La classica puttana nella notte che aspetta.  Lei è il mio contratto.

Mi avvicino restando nell’ombra. La mia pistola  è già pronta. Attende nella sua fondina. Devo solo decidere come agire. Attendere il momento giusto, perché, anche se sembra facile togliere la vita, non è un gioco così semplice, uccidere nella realtà di tutti i giorni.

Se sbagli a mirare, il tizio o la tizia che deve morire inizia a urlare. Le cose si complicano. Così è bene agire in modo pulito.

Per questo aspetto e improvvisamente le si avvicina un cliente. Un tipo che ha il mio stesso odore. Solo che lui uccide per provare piacere.

Noi che lo facciamo per soldi siamo diversi per noi è un mestiere. Certo ci soddisfa, ma non si prova piacere. Non amiamo ritardare la morte. Anzi prima giunge meglio è così possiamo toglierci dai casini sgusciando nell’ombra.  

<<Sei stato sfortunato>>. Gli dico appena comprendo che la pistola non basterebbe a fermarlo, che questo tipo è da ammazzare in modo diverso. Perché si è già accorto di me. Mi ha percepito come io ho percepito lui.

Da quando lavoro per questa cazzo di morte mi capita di sbagliare più cose del previsto. Dovevo appostarmi e usare un’arma da cecchino. Il tizio non è uno sprovveduto e non ha intenzione di mollare.

<<Potrei dirti la stessa cosa>>. Ribatte e io sorrido.  La puttana ci guarda come si guardano due che parlano una lingua straniera. Però la donna non ha compreso che noi due stiamo contrattando la sua stessa vita.

Il prezzo di quello scontro è il suo respiro, la sua carne, i suoi giorni futuri. Estraiamo entrambi un pugnale. Sembriamo due stramaledetti duellanti di un tempo ormai passato.

La donna cade con il culo per terra e inizia a urlare. Le sferro un calcio in faccia non sopporto le urla. Il bastardo ne approfitta per colpirmi. Il pugnale taglia il soprabito all’altezza del petto sento il gelo del ferro sfiorarmi la pelle.

Cazzo se fa male. Erano anni che nessuno riusciva a ferirmi. Così è stato versato il primo sangue mi dico. Ma questo non è un duello di quelli in cui basta un po’ di sangue a placare l’offesa.

Qui stanno combattendo due predatori. Due assassini. Quando combatte, questo tipo di individui, uno solo può rimanere in piedi. Vibrano i pugnali nella notte come becchi di uccelli rapaci che tentano di strappare la carne viva dell’oscurità

<<Questa tua opera di difesa non è fuori moda?>> Mi dice il tizio mentre tenta di piantarmi il coltello nel cuore. Sorrido, ora sembriamo veramente i due duellanti di un stramaledetto  film. 

<<Quello che è sensato non passa mai di moda>>. Gli rispondo e lui scoppia a ridere, come se fosse la cosa più naturale del mondo ridere mentre si combatte per la propria vita.

Poi approfitto di una pozza d’acqua sporca, un calcio e l’acqua gli copre il viso e i vestiti. Un attimo di incertezza e il mio coltello affonda. 

<<Non sono leale mi spiace>>.  Gli dico mentre estraggo e rinfilo il coltello così tante volte che il braccio mi fa male. Lui crolla sputando sangue. La morte reale non è così romantica.

Continuo a colpire finché i suoi occhi sono vitrei e il suo respiro è assente. Quando ho finito sono sporco del suo sangue. Sbarazzatomi di quell’uomo la mia attenzione ritorna alla donna

<<Linda>>. La chiamo per nome. Lei ha il viso tumefatto per il calcio che gli ho mollato, sorrido, ci sono andato pesante. Ma non ho buone maniere per nessuno, è svenuta. Le sono sopra e la scuoto, niente.

Allora rido e le mollo due schiaffi. Così lei si riprende. Piange, le lacrime si mischiano al sangue. Mi supplica di non farle del male la lascio andare e lei crolla a terra. 

<<Cos’altro ti posso fare che non ti sei fatta da sola o che non t’abbiano fatto già i miei calci e le mie mani?>>Le dico e lei striscia indietro, come volesse scappare. 

<<Se avessi voluto ucciderti, ora, non staresti strisciando come il verme che sei puttana, quindi smettila>>. Le dico annoiato da quel suo comportamento che, vista la situazione, non ha nulla di innaturale ma che mi irrita. Infondo sono un uomo malvagio.

<<Vai a fanculo>>. Mi urla. Rido è la normale reazione di chi è ferito o offeso, scatto verso di lei e la riafferro. La morte mi ha concesso qualche potere da quando mi ha preso come suo assassino personale.

Le afferro il braccio e le faccio uscire dalle vene la merda che s’era buttata in corpo nella speranza di soffocare il suo dolore o semplicemente per non pensare. Poi le afferro il collo come per strangolarla e le tiro via quel mal di vivere che l’ha portata sul marciapiede.

<<Ecco ora sta a te decidere, ti è stata concessa una seconda occasione. Sei una bambolina fortunata>>. Le dico lasciandola andare, lei tenta di colpirmi, un calcio dritto alla parte più delicata che un uomo possiede.

Piccola stronza ingrata, penso sorridendo. Però, infondo la capisco sono una persona detestabile, ma sono più veloce di lei e le blocco il piede. Lei si svincola e scappa via. Scompare nella notte.

<<Sei lì signora?>> Urlò alla mia contraente. La morte con l’aspetto di una bambina dal buio spunta silenziosa. Sorride. Ha un ombrellino rosa che la protegge dalla pioggia. 

<<Tra un mese tornerà a battere lo sai vero?>> Le dico mentre mi siedo sul marciapiede esausto. Con la morte c’è lo scagnozzo dell’altra volta quello che mi ha quasi ucciso. Lei gli fa segno di occuparsi del cadavere

<<Ha ucciso quasi dieci donne>>. Mi dice. Parla dell’uomo che ho dovuto uccidere per rispettare il mio contratto. Perché io non uccido più per vivere salvo vite o almeno uccido solo per salvarle. Così si diverte la morte

<<Io ne ho uccisi di più, eppure, continuo a respirare>>. Le dico e lei sorride. 

<<Sei irritante. Lo sai questo vero? Però sei il mio assassino>>. Mi bacia sulla guancia e sento il gelo graffiarmi le ossa. Mi da un rotolo di banconote. il mio compenso. Poi scompare. La notte grida e io ho finalmente smesso di girare. Torno a casa butto i soldi sul tavolo bevo un bicchiere di vodka al limone e mi schianto sul letto. Fuori la pioggia batte sulle finestre. 

<<Alla fine tutti gli umani, senza eccezione, moriranno>>. Sussurrò prima di chiudere gli occhi e dormire. 

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