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Posted ottobre 24, 2016 by admin in Racconti
 
 

Demon Lonely: Il Giorno Del Male


Damon Lonely: Il giorno Del male

Racconto originale di Alessandro Cavaliere (Copertina di Giuseppe Tuzzi)

 Il Giorno Del Male “Primo Episodio” Damon Lonely

 

 

 



Quanto male può sopportare un’anima? Quanta solitudine può ingoiare un essere umano prima di impazzire?

Quante volte possiamo sopravvivere alle pugnalate inflitte da chi usa il tradimento per sopraffare l’altro e distruggerlo?

Sono domande che mi pongo sempre prima di ogni contratto.

Il mio nome è Damon Lonely è sono un assassino. Non amo giustificarmi, non ho scelto la strada della morte per via del dolore colato, come lava, sulla mia vita.

Tutti soffrono. Tutti piangono. Ma questo non giustifica scelte sbagliate. La mia strada l’ho scelta perché forse era l’unica che avrei potuto intraprendere per avere la possibilità di svoltare.

Andar via da questa maledetta città e dai ricordi a essa collegati. Ma non si scappa dai propri demoni o dal proprio cammino oscuro.

“Il giorno Del Male” che ha caratterizzato la mia vita, ha segnato anche la mia linea temporale. Gli eventi che in essa vi sarebbero stati scritti. Uccido per vivere.

Uccido come tutti gli animali di questo mondo; loro, però, fanno questo seguendo una legge naturale. Uccidono per sfamarsi e sfamare la loro prole.

Uccidi o sarai ucciso, una legge antica come il mondo. Per quanto riguarda me uccido solo perché non so fare altro.

Il mio amico Jakel mi dice sempre che ho tanti talenti, che potrei fare qualunque cosa; che spreco la mia vita chiuso in un buco a nascondermi dal mondo.

Jakel non sa veramente chi sono, o forse lo sa ma non riesce a concepire, che il suo migliore amico, sia un uomo che per vivere sporca le sue mani del sangue altrui. Sangue di sconosciuti.

Sapete perché mi faccio quelle domande? Forse solo per darmi un tono; è un po’ come citare quel film in cui l’assassino ripete:

Ezechiele 25.17: il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. 
Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre; perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti.
E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furioso sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.

L’assassino di quel film, comprende cosa vogliano dire queste parole, solo dopo che tanta gente le ha udite e ha perso la vita a seguito delle sue azioni. Forse un giorno troverò le risposte alle domande che mi pongo ogni volta che sto per uccidere un uomo.

Per ora lo faccio per darmi un tono. Per essere un uomo capace di stemperare un po’ la volgare realtà che questo lavoro mi ha disegnato addosso. 

Un giorno Jakel, mentre attendeva che i fedeli della sua piccola parrocchia – Jakel è un prete – uscissero dalla chiesa gonfi di parole dopo uno dei suoi accorati sermoni, mi disse: <<Damon tu devi aver fiducia in Dio, nel cammino che ha disegnato per te…>>. Scoppiai a ridere. 

<<Non so se esista Dio, ma certo rido quando vedo tutta quella gente, che si maschera dietro una fede, perpetrare i misfatti peggiori. Questa gente timorata un giorno dovrà pur rendere conto a qualcuno che non ammetterà giustificazioni, giusto? Quel giorno, credo, che certa gente speri nella validità delle tesi sostenute dagli atei. Beh, mio caro, io non sarò uno di questi timorati figli di puttana. Io non avrò rimpianti dinanzi a Dio accetterò qualsiasi punizione possa darmi>>. Rammento ancora la sua faccia sconfortata dopo le mie parole. 

Sospiro mentre la pioggia si posa sul mio volto. Osservo il mondo da un tetto come fossi un gatto, la verità è che aspetto che esca la mia vittima. Però oggi c’è qualcosa di strano.

Oggi è come se fosse il giorno del giudizio. Quando morì mio padre fu il giorno del male, la vita della mia famiglia andò in frantumi e mia madre comprese, cosa significasse, non aver aperto gli occhi prima di ritrovarsi a due centimetri da un precipizio.

Aveva sempre girato la faccia dall’altra parte. Ma quel giorno dovette guardare il baratro. Mio padre era stato trivellato di colpi: era morto affogato nel suo sangue, proprio sulle scale del palazzo dove abitavamo. Era morto mentre mia sorella Dany muoveva la sua manina sul vetro per salutarlo.

Quel giorno mia madre non poté fingere più che il suo uomo non era un criminale. Uno di quei mafiosi che taglieggiava il quartiere e dissanguava famiglie per vivere. I parassiti finiscono sempre schiacciati, è la legge della natura. Purtroppo i parassiti hanno un altro vizio: si moltiplicano. Sono troppi, per quanti ne schiacci, ne spunteranno sempre altri. Forse sé, quel giorno, mio padre non fosse morto, gettando la mia famiglia nel baratro insieme a lui, io sarei diventato uno di quei  parassita. Avrei fatto le sue stesse scelte.

Avrei taglieggiato e vissuto sulle spalle di gente onesta, ma quella morte mi portò verso una strada diversa. Una strada che mi trasformò in un predatore. I predatori a differenza dei parassiti non finiscono schiacciati, spesso, muoiono in modo atroce  o vengono uccisi da altri predatori quando, vecchi e stanchi, non possono più difendersi. 

Bip… Bip…. è il segnale. Lego una corda ad un corrimano e mi getto verso il basso. In pochi minuti sono sul luogo in cui ucciderò la mia vittima. Un entrata ad effetto. Lui è davanti a me mentre stringe la mano di sua figlia. La mia pistola corre veloce. 

 Due Spari precisi e silenziati e quell’uomo non esiste più. La Bambina ha metà volto sporco di sangue. E’ il tuo giorno del male piccola, mi dispiace ma la vita è così: crudele. Poi li vedo. Quattro ombre veloci e terribili. La bambina stringe ancora la mano di suo padre. I quattro mi piombano addosso armati di coltello. Dilettanti. Venite ad uccidere un leone con solo le vostre luride zanne sguainate per tentare di ferirlo. Le lame sono come saette nel buio, baluginanti, aggressive, spietate. Ne scanso i colpì, sono agile, ma perdo la pistola, non saranno certo quattro fendenti ad uccidermi. Inizio a difendermi. Il primo lo colpisco allo stomaco con una ginocchiata, un colpo preciso e potente.

Crolla a terra sputando saliva. Lo uso come trampolino e in questo modo colpisco un altro al volto con un calcio. Quando sono a terra devo evitare una pugnalata. La lama lambisce la maschera che ho sul volto facendone saltare un pezzo. Mi accarezza leggermente la pelle. Colpisco l’aggressore con un pugno dritto sotto il mento. Poi afferro a mia volta un coltello e infilo la lama nel cuore del quarto uomo. Uno in meno

<<Bastardo!>> Mi urla il primo che avevo colpito, mentre tenta di estrarre una rivoltella. Finalmente, l’hai capito che per abbattermi ti serve qualcosa di più devastante di un coltello, però, ci hai messo troppo a realizzare la verità.

Gli strappo la pistola dalle mani e lo colpisco al cranio con il manico. Cinque, sei volte finché intorno non c’è altro che sangue, pezzi di cervello e un terzo cadavere. Poi, prima che gli altri due possano riprendersi, gli sparo usando la rivoltella del loro complice.

Cinque morti e una piccola ferita al volto. Recupero la mia pistola.  La bambina è ancora legata a suo padre. Però la sua espressione non è quella che mi sarei aspettato. Sorride. Mi lascia stranito.

<<Sei un uomo morto Damon Lonely, quelli che ti hanno assoldato ti ritengono troppo pericoloso per continuare a respirare. Succede sempre così con gli assassini come te. Diventate troppo scomodi, troppo bravi e vi ammazzano>>. A parlare è l’uomo che avevo freddato qualche attimo prima di essere attaccato da quei quattro sicari. 

<<Tu.. tu sei morto>>. Balbetto senza comprendere cosa stia succedendo. 

<<Cos’è infondo la morte assassino? Potrei anche essere quell’oscura signora che si diverte a farti impazzire>>. A parlare sono sia l’uomo che la bambina.

L’uomo si rimette in piedi, la ferita alla testa si ricompatta e guarisce davanti ai miei occhi. Così istintivamente sparo. Sia a lui che alla bambina. Ma è inutile. I proiettili neanche li scalfiscono. Poi l’uomo mi si scaraventa contro. E’ troppo veloce per fermarlo. 

Mi spiaccica contro una parete, neanche fossi un mozzicone di sigaretta da buttare via. 

<<Assassino, la morte ti chiede se vuoi giacere qui insieme a questi quattro miserabili che hai ucciso, visto che oggi dovevi morire, oppure vuoi servirla facendo quello che solitamente svolgevi per padroni certamente meno meritevoli della mia signora>>.  Mi chiede l’uomo e la bambina sorride divertita, è lei la morte. 

<<La risposta già la conosci… credo>>. Gli dico e l’uomo sorride. Poi i due spariscono e sulla mia pelle all’altezza del cuore appare un marchio, il teschio della morte a rammentarmi per chi lavoro adesso. 

Questo è stato il mio secondo giorno del male. Chissà come è stato il vostro, perché ogni vita, qualsiasi destino essa possegga, ha un suo giorno del male. 

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