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Posted febbraio 11, 2019 by admin in Auditorium
 
 

Gioventù Sanremiana e Telecrazia


Gioventù Sanremiana e Telecrazia

Sanremo 2019: una storia di ordinario conflitto italiano tra nazionalpopulismo ed elitarismo

Ha vinto la musica, hanno vinto le parole, le speranze di tanti giovani artisti e di altri meno giovani che confidano in quello che accadrà domani e nel vostro affetto, nella vostra attenzione, considerazione, anche critiche. Spero che questo solco non venga smesso, è nello statuto e nella costituzione del festival della canzone italiana. Spero che rimanga tale fino al prossimo Sanremo e a tutti quelli che arriveranno».

Confesso come fosse antani con scappellamento a destra costantinato ammaliti.

Non ci avrete mica creduto davvero. A cosa, poi? Si è forse capito cosa citino lo Statuto e la Costituzione del Festival? Appare chiaro, però, cosa sia scritto nella Costituzione italiana, ovvero: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ora, diciamo che le due cose probabilmente non sono così direttamente comparabili; certo è, che qualche analogia appare lampante. Noi italiani, per un motivo o per un altro, praticamente ogni anno siamo chiamati alle urne ad eleggere dei rappresentanti attraverso un democraticissimo strumento di voto. Noi italiani, ogni anno, a febbraio, siamo chiamati alle armi per decidere quale canzone rappresenti di più la nostra Nazione. Considerando le percentuali di affluenza registrate negli ultimi tempi alle elezioni politiche, Sanremo sembra dunque proporsi come un momento di partecipazione democratica ancora più solenne. Non servono tessere elettorali, documenti di identità o diritti di cittadinanza; bastano 51 centesimi e un telefono: ecco il necessario per votare al Festival. E, se quando si parla di politica c’è sempre qualcuno che con una certa dose di retorica dice che votare non serve, forse anche questo stesso concetto può essere trasfigurato sul Festival stesso, probabilmente con una valenza ben più concreta e ben meno retorica. Buffonate, sciocchezze, illusione pura. Il popolo è popolo, cosa può capirne di musica? Volete forse dirmi che il popolo compra dischi? Va ai concerti? Mi state dicendo che tra il popolo esistono anche dei musicisti? Voi siete pazzi. Il popolo conta, ma conta fino ad un certo punto, perché accanto alla classica giuria demoscopica e alla sala stampa, figura una giuria superselezionata di esperti che noi, popolo, manco possiamo sognarci. Non intendo certamente soffermarmi sull’(in)dubbia competenza dei personaggi scelti per far parte di questa élite, ma non riesco a non domandarmi come sia possibile che l’opinione di una manciata di persone possa valere il 20% del voto totale assegnato ad un artista. Vi prego di non pensare male; il compito di questa selezionatissima commissione deve certamente essere quello di fare trionfare la qualità e il rispetto dello spirito dello Statuto dell’evento, impedendo così che i suoi sacri valori subiscano un deragliamento troppo marcato ad opera dell’ottusa volontà popolare che, si sa, è capace di grandi danni.

Fatemi capire, è perché sono più belli della media? Più intelligenti? Più ricchi? Nel momento in cui i gusti di questa spicciolata di esseri umani risulta in netto contrasto con quella di coloro che invece hanno addirittura pagato per godere della possibilità di votare la canzone ritenuta migliore, iniziano a sorgere dei dubbi sull’effettiva rappresentanza della volontà popolare. Ma allora, andiamo a vedere da vicino come questo organismo di controllo composto da virtuosi degni dei filosofi alla guida della Repubblica sognata da Platone abbia effettivamente preservato la rotta proteggendola dai concupiscenti istinti della massa.

Un momento, siamo sicuri che sia andata proprio così?

Siamo solo alla prima serata ed il popolo vota, vota all’impazzata e mi sembra quasi di sentire le dita che cercano di premere forte sui touch screen per intensificare il significato del voto.

La sala stampa, dalla prima serata, premia Mamhood, Cristicchi e Silvestri. La giuria demoscopica stila il suo podio schierando Il Volo, Ultimo e Loredana Bertè. I vincitori provvisori dopo le prime esibizioni? Ultimo, Il Volo, Simone Cristicchi.

A questo punto appare evidente che le cose non funzionino bene ed è qui che entrano in gioco i nostri magici giurati super esperti e supereroi, menomale che ci sono!

I cantanti si dividono come fossero le acque del Mar Rosso e le loro esibizioni vengono spalmate su due serate, per poi riunirsi venerdì con i duetti. Questa volta il podio vedrebbe, in ordine, Il Volo, Ultimo, Cristicchi.

La quinta serata è quella cruciale. Il popolo sovrano continua a votare, telefona, digita, scarica applicazioni, si svena, ascolta a ripetizione i propri brani preferiti, li sogna la notte, li scarica più o meno legalmente, acquista cd, compilation, biglietti di concerti, biglietti per i treni che li porterà a quei concerti, prenota alberghi, ristoranti e affitta macchine mentre resta con lo sguardo incollato al televisore nella gioiosa attesa di veder proclamato vincitore il suo beniamino. In sala, il pubblico osanna Loredana, riserva ovazioni a Cristicchi ed applausi scroscianti ad Ultimo.

Ci siamo, ci siamo, è mezzanotte passata e la classifica è pronta. Gli occhi a cuoricino luccicano davanti agli schermi ed i respiri si bloccano. In un attimo si scatena l’inferno. Fischi, scalpitii, tuoni, fulmini e saette. La platea dell’Ariston contesta la classifica, invoca Loredana ferma al quarto posto, i tre paladini sul palco appaiono visibilmente imbarazzati mentre la folla va in visibilio ma non è finita! Cristicchi è quinto ed il podio è tutto da dividere tra Il Volo, Ultimo e Mamhood.

Pubblico, è l’ultima corsa, armatevi di smartphone, telefoni, fede, karma, pazienza e votate il vostro preferito. Avete solo pochi minuti a disposizione, come nelle migliori televendite, affrettatevi!

É la fine. La fine di tutto. Il Volo precipita al terzo posto nonostante per il tele voto fosse secondo con il 30,26% dei voti, Ultimo si posiziona secondo con il 48,80% dei voti, sempre secondo il pubblico a casa, e Mahmood trionfa con solo il 20,95% del favore degli spettatori. Gli stessi artisti sfoggiano sorrisi più o meno interdetti, sbiancano e si lanciano occhiate interrogatorie chiedendosi come sia stato possibile questo miracolo. É semplice. Il popolo sovrano, non è sovrano. Il popolo sovrano ha torto, ha torto marcio, non è capace neanche di scegliere i propri gusti musicali e quindi ci hanno pensato loro, le giurie, che come cavalieri dell’apocalisse moltiplicatisi all’ennesima potenza, hanno abbattuto le loro scuri sulle scelte degli italiani mostrando loro la retta via. Che sollievo ragazzi, per fortuna abbiamo questi maestri prodighi e assennati che ci prendono per mano e ci guidano lungo il difficile cammino della discografia musicale.

É chiaro che noi, il popolo, non capiamo un cazzo. Il testo di Mahmood tocca temi profondi, profondissimi, talmente profondi che è difficile vederli perché parla di soldi ma non di soldi; parla di immigrazione, non si sa bene dove, ma sicuramente ne parla, parla di drammi adolescenziali, parla di un’infanzia difficile e di attaccamento alla famiglia. Noi, popolo, non capiamo un cazzo, perché oltre ad avere un testo profondo ha una base strumentale innovativa ed originale ai massimi livelli, talmente innovativa da inserire sonorità orientaleggianti, cosa mai fatta, per dirne una, dagli Almamegretta negli anni ’90, talmente innovativa da non richiamare affatto l’utilizzo di effetti vocali come nessuno al mondo fa al giorno d’oggi, talmente rivoluzionaria, talmente giovane, talmente spinta e suadente da non aver lasciato dubbi ai nostri amici giurati ma solo a noi a casa e allora scusate popolo, facciamo un passo in dietro perché è chiaro che siamo noi a non capire. Noi adolescenti, quasi adulti, appena adulti, non capiamo la musica giovane e allora a me sembra normale che a spiegarcela debbano essere giurati la cui età media supera i 40 anni. Noi popolo, di cose giovani non ne sappiamo nulla ma loro, i nostri eroi, ci hanno salvati.

Ha vinto la profondità, la profondità di un testo talmente vago da essere intriso di argomenti e non svilupparne nessuno, ma così si fa. Voi altri artisti che avete calcato quel palco, avete sbagliato tutto. Nigiotti, come ti permetti di essere così diretto? Ti sembra il modo giusto per omaggiare una figura familiare che ti ha aiutato a crescere e ti ha regalato saggezza ed esperienza? Motta, Negrita, vi sembra il caso di trattare il tema migranti con così poca vaghezza? Siete forse impazziti? Irama, cosa vuoi che ne sappia la tua Linda di drammi? Silvestri, pensi forse che il tuo brano possa parlare in quei modo crudo di tanta inadeguatezza? Folle, sei un folle. Zen Circus, voi pensate forse sia sensato essere così irruenti sciorinando problematiche e situazioni che affliggono la nostra comunità? Lo dico a tutti voi, tutti voi che avete provato a mettere in versi una storia, a chiunque abbia provato a farlo per voi, siete solo degli sciocchi. Una storia non serve, quella era necessaria solo a scuola quando veniva richiesto uno svolgimento ed un’attinenza al tema. Ora siete in tv, siete nel mondo della musica, ora potete pescare parole dal tabellone dello scarabeo e comporre frasi più o meno (meglio meno) sensate in modo che sia chi le legga a dargli il significato che preferisce. Voi non dovete essere chiari. Non dovete neanche più parlare d’amore. Dovete essere estrosi, dovete essere giovani, più giovani di quanto non siate. A dire il vero, un po’ l’avevate capito, perché abbiamo assistito a rapper che non rappano, a trapper che non trappano, a rocker che non rockeggiano, ma siete stati comunque vecchi, troppo vecchi per loro. Troppo vecchi per essere premiati ma talmente giovani da essere snobbati come hanno fatto con Rancore, quasi dimenticandosi che sul palco ci fosse anche lui.

Giovani, ma quali giovani. Questa è la messinscena del mondo giovanile fatta dai vecchi che vogliono fare i giovani alternativi.

In barba ai propositi citati nell’elenco con cui Baglioni apre l’ultima serata, i più grandi sconfitti sono proprio loro, i giovani, i giovani e il loro mondo, i giovani e i loro sogni, i giovani e lo Statuto, perché a rappresentarli i sapienti si sono ben guardati dallo scegliere un brano e un testo che ne contenessero la vitalità, il radicalismo, l’incoscienza, la poesia, l’ingenuità, ma hanno scelto invece ciò che nel loro immaginario distante e televisivo ne è il rimpiazzo: un pallido surrogato fatto di vaghissime faccende famigliari e sonorità etniche.

La giuria dei vecchi super qualificati decide cosa deve essere giovane e premia ciò che nel suo immaginario artificiale è la realtà. E nel suo immaginario artificiale il giovane deve essere multietnico, non nostalgico di un passato e poeticamente ingenuo come un Nigiotti, deve essere buono e bravo, non anarchico e autodistruttivo come un Lauro, deve essere giovane, ma non giovane quanto Ultimo che amareggiato e deluso da se stesso, a ragione, sfancula la stampa con il suo giovane temperamento.

Insomma, dobbiamo essere giovani ma non troppo, giovani saggi, giovani antichi. Ha vinto la musica giovane a dispetto dei racconti di vita giovane. Dobbiamo essere giovani privi di chiarezza e di emotività, giovani robot pronti solo a reazioni gioiose. Invece no, ora vi dico cosa siamo. Abbandonati, angosciati, precarizzati, annoiati, spaventati, ma anche sensibili, nostalgici, legati a valori che dei vecchi hanno deciso essere fuorimoda, vittime di un paradosso, vittime del paradosso portato in scena a Sanremo, questo Sanremo che limita talmente tanto la volontà popolare del pubblico pagante da tenerne conto solo per metà.

di Luisa Palladino

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