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Posted febbraio 22, 2018 by admin in Racconti
 
 

John Jacket e il Caso della Palla Avvelenata


John Jacket e il Caso della Palla Avvelenata

di Alessandro Cavaliere (disegno copertina – Veronica Timone)

 John Jacket un investigatore particolare….


 

Era una giornata piovosa e non si vedeva l’ombra di un cliente da un bel pezzo.  Fuori, sotto il capannone dell’elettricista i bambini del quartiere giocavano a palla avvelenata facendo un baccano infernale.

In questa pessima situazione – mentre la pioggia picchiava sul vetro della finestra bianca del mio studio – lei bussò.

Una macchia informe  dietro il vetro colorato della porta d’ingresso.

<<Avanti>> Dissi, con la speranza di ritrovarmi per la prima volta nella classica situazione da film giallo.

“Lei bellissima, sola e disperata, e io l’investigatore privato rude e solitario pronto a tirarla fuori dai guai”.

Tirai una profonda boccata dal sigaro, che avevo acceso qualche attimo prima per farmi compagnia, e attesi. La porta si spalancò; era una donna effettivamente, ma non quella che mi aspettavo.

<<Signor Jacket la disturbo?>> Mi chiese  mentre la mia delusione si smorzava con un sospiro: non era bella e non era una cliente.

<<No signora Belli, si figuri. Cosa la porta nel mio umile studio d’investigazioni?>> Le dissi più per cortesia che per interesse.

La signora era una casalinga che – a mio avviso – non era mai stata in corsa per il premio di bellezza dell’anno. Lei mi sorrise e il suo aspetto sgraziato peggiorò.

<<Purtroppo mio figlio mentre giocava con gli altri bambini sotto il capannone del signor Johnson ha fatto rimbalzare la palla…>> Prima che lei completasse la frase avevo già capito.

La mia mente analitica e abituata all’esercizio di investigazione si era messa in moto subito. Tutti quei   romanzi di Arthur Conan Doyle avevano affinato la mia arguzia e spesso mi sentivo un novello Holmes.

Peccato che questa sensazione non era condivisa dai miei concittadini, ma è risaputo che il genio spesso è incompreso.  La donna come intimorita dal mio sguardo indagatore si interruppe proprio sulla parola palla. La guardai di sottecchi.

<<Ha smarrito i suoi occhiali?>> Mi chiese lei di rimando al mio sguardo, per poco non cascavo dalla sedia come uno di quei personaggi dei cartoni animati presi alla sprovvista da una reazione o da un’azione sciocca dei loro interlocutori.

<<No, aspettavo solo che lei completasse la frase. Ma credo di aver capito di cosa si tratti>>. Le dissi disegnando dentro la mia mente quello che era successo con precisione certosina.

In effetti avevo lo stesso fiuto di quei magnifici cani*. Ad ogni modo risposi: <<Più che un investigatore lei ha bisogno di un avvocato, anche se suo figlio è minorenne. E da quello che posso dedurre, utilizzando le mie doti investigative, si tratta di un incidente>>. Questa volta fu lei a strabuzzare gli occhi, come a dirmi “che cavolo stai dicendo….”

<<Esagerato addirittura un avvocato>>. Fu la sua comprensibile reazione di madre che voleva proteggere il suo prezioso figlioletto. Provai una profonda stima per quel suo spiccato amore materno. 

<<Suo figlio ha sicuramente, con il suo tiro maldestro, colpito il povero elettricista attirato dal chiasso del gioco e questi – aggiungendo il fattore pioggia – è scivolato ed è morto>>. Le dissi dandole una prima spiegazione di quello che secondo me era accaduto.

La guardai con l’aria trionfante di chi ha risposto all’ultima domanda di “Chi Vuole Essere Milionario” e si aspetta che, dopo “l’accendiamo”, il conduttore gli porga l’assegno da un milione. Lei strinse di più gli occhi e assunse un’espressione esasperata.

<<Lei guarda troppi telefilm gialli signor Jacket>>. Mi disse scuotendo la testa.

<<Mio figlio ha semplicemente rotto lo specchietto della sua auto, che ha parcheggiato in sosta vietata come suo solito davanti al capannone dell’elettricista, che è vivo e vegeto. Quindi, ero passata ad informarla che domani mio marito l’accompagnerà dal nostro carrozziere>>. Mi disse distruggendo tutte le mie ipotesi.

Quel piccolo demonio di suo figlio mi aveva solo sfasciato lo specchietto della macchina. Iniziai a ridere e lei mi guardò ancora più rassegnata.

<<L’avevo capito signora, si figuri stavo solo scherzando>>. Le dissi nel vano tentativo di recuperare.

<<Sì,  certo.. arrivederci Sherlock>>. Mi disse e notai una certa vena ironica nelle sue parole. Questo è più o meno il resoconto della sporca e piovosa storia che porta il nome del caso de “La Palla Avvelenata”.

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*Precisione Certosina si riferisce ai Monaci Certosini non ad una razza canina ma il nostro eroe è ignaro di questo. 

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